Apple e Samsung perdono la loro battaglia sull’equo compenso

L‘equo compenso è un contributo imposto a coloro che producono o importano prodotti elettronici finalizzati alla riproduzione o registrazione di contenuti digitali. Dal momento della sua introduzione, Apple e Samsung hanno dichiarato guerra a tale onere. Oggi la sentenza del Tar ha tuttavia dichiarato la legittimità della tassa.

 

L’equo compenso è un indennizzo sull’utilizzo delle opere protette da diritto d’autore. Esso colpisce la cosiddetta “copia privata”  cioè quel diritto che consente all’utente in possesso di un esemplare di un’opera, di duplicarla per il proprio utilizzo senza alcun fine commerciale. L’equo compenso non colpisce solo coloro che effettivamente effettuano una “copia privata”, ma anche coloro i quali acquistano un dispositivo di memorizzazione che potrebbe essere usato per tale copia.

Con l’estensione nel 2009 di tale compenso anche a chiavette USB e schede di memoria, i produttori hanno maggiorato i prezzi dei loro supporti multimediali. Anche Apple nel Marzo del 20120 ritoccò, a rialzo, i propri prezzi e gli utenti che per esempio ora vogliono acquistare un iPod shuffle da 2 GB, pagano circa circa 5 € in più che Apple verserà allo stato. Maggiore è la capacità di memorizzazione e maggiore è la tassa: su un iPod Classic da 160 Gb si pagano circa 16 € in più.

Da anni è oggetto di dibattito la correttezza o meno di questa forma di tutela in quanto si configura come una tassa che potrebbe anche “punire” coloro i quali acquistano supporti vergini senza tuttavia aver mai condiviso o scaricato illegalmente file protetti da copyright. A seguito della sua introduzione, numerosi produttori e distributori di dispositivi elettronici, tra cui Apple e Samsung, avevano fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio per chiedere l’annullamento del decreto Bondi emanato dall’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

Il TAR ha oggi respinto tutti i ricorsi stabilendo legittimo. Grande soddisfazione dalla SIAE e dal FIMI (Federazione Industria Musicale) che traggono numerosi profitti grazie a questa tassa. Delusione invece tra i consumatori i quai dovranno continuare a pagare questa tassa al momento dell’acquisto dei loro apparecchi digitali.

Via | Ilpost

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