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La Cambridge University ha una soluzione alle applicazioni

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Il problema della sicurezza della propria privacy e di informazioni sensibili è a volte collegato al rilascioa di applicazione e/o servizi sul web che, pubblicizzati come assolutamente gratuiti, in realtà si rivelano essere irti di “costi nascosti”. Se, infatti, il servizio o l’app che si sta utilizzando è gratuita, solitamente il motivo è che son gli utenti ad essere il prodotto. La conseguenza di ciò è che le nostre informazioni vengono vendute a terzi. Questa circostanza, sicuramente mal gradità dalla maggioranza degli utenti, potrebbe essere risolta dal lavoro di alcuni accademici di Cambridge, che dopo aver svolto delle ricerche sulle modalità di raccolta dei dati attraverso applicazioni mobili, avrebbero trovato una soluzione al problema.

L’analisi ha preso a riferimento l’Android Market e le crica 250 mila applicazioni presenti. Di questo totale è emerso che circa il 73% di esse sono gratuite. L’80% delle app in questione si basa su un modello di business che prevede l’inserimetno di pubblicità target per generare profitti. Proseguendo in questo studio, i ricercatori di Cambridge hanno scoperto che il 70% delle informazioni raccolte, difatto, non sono funzionali all’utilizzo dell’applicazione. Tipici esempi delle informazioni raccolte sono: dati sulla localizzazione, numeri di telefoni salvati nella rubrica dei contatti e altre informazioni sensibili analoghe.

Sulla base di queste informazioni, in molti potrebbe storcere il naso e proporre come soluzione quella di bloccare la raccolta di questi dati. Un’azione del genere, tuttavia, modificherebbe profondamente il modello di business degli sviluppatori. E’ qui arriva la soluzione proposta da Cambridge: separare le informazioni.

Separando le informazioni relative all’applicaizone con quelle che servono per la pubblicità “le applcazioni raccoglierebbe soltanto qui dati che risultano essere necessari per visualizzare le pubblicità e nient’altro” spiega il Dr. Leontiadis. In questo modo le informazioni personali verrebbero automatiamente bloccate e non potrebbero quindi essere raccolte dagli sviluppatori.

Per raggiungere questo risultato, secondo Leontiadis, sarebbe necessario inserire un filtro all’interno delle singole apps o nella piattaforma mobile su cui girano. Da notare che il motivo per il quale lo studio in questione si è basato sui dati dell’Android Market è perchè in questo caso, Google ha predisposto delle richieste di permesso per gli utenti che compaiono ogni qualvolta si scaricare un’app. Apple al contrario gestisce indipendemente ogni download, per cui risulta essere più difficile tracciarlo.

Via | TechCrunch

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