Ammettiamolo. Ogni tanto spunta una “fuga di notizie” così positiva da sembrare più un comunicato stampa che un leak. Ad agosto, per esempio, è circolata la trascrizione di una riunione interna Apple dalla quale emergeva, sorpresa, che l’azienda aveva prodotti straordinari pronti al lancio.
La settimana scorsa, poi, è arrivata un’altra rivelazione altrettanto confortante: la partnership con Google permetterà a Siri di ottenere una valanga di nuove funzioni, senza alcun compromesso in termini di privacy o interfaccia.
Al di là dell’ironia, la notizia che il rilancio di Siri passerà dai modelli Gemini di Google, e non da una tecnologia sviluppata internamente, rappresenta un colpo all’orgoglio di Apple. Per anni la società di Cupertino ha sostenuto che avrebbe raggiunto la rilevanza nell’intelligenza artificiale innovando, non comprando.
L’opzione di acquistare o integrare un modello già affermato è sempre esistita, soprattutto per un’azienda con le risorse di Apple, ma la preferenza è stata quella di costruire in casa. Siri stessa, va ricordato, nasce da un’acquisizione, ma Apple tende a inglobare realtà più piccole, non a chiedere aiuto a un rivale della stessa taglia.
Basare Siri su Gemini è quindi, di fatto, una concessione. La domanda non è se porterà dei benefici, perché è quasi certo che li porterà, ma quale sarà il prezzo.

Dal punto di vista funzionale, il vantaggio è evidente. Siri diventerà più capace, più flessibile e più allineata alle promesse viste e sentite alla WWDC 2024. Su questo fronte, Google è oggi in una posizione migliore rispetto ad Apple per trasformare demo e ambizioni in prodotti concreti. Il punto critico, però, è capire quali compromessi saranno richiesti e quali Apple sarà disposta ad accettare.
Il nodo principale è la privacy, che resta il pilastro dell’identità Apple. Non a caso, già prima del report di The Information, l’azienda aveva sentito il bisogno di rassicurare utenti e osservatori. Nell’annuncio ufficiale, piuttosto scarno nei dettagli, Apple e Google hanno sottolineato che Apple Intelligence continuerà a funzionare su dispositivi Apple e sull’infrastruttura Private Cloud Compute, mantenendo quelli che vengono definiti “standard di privacy leader nel settore”. La fuga di notizie ha confermato che i dati degli utenti non finiranno sui server Google e che l’impegno di Apple per la tutela della privacy rimarrà invariato.
Lo stesso discorso vale, in modo più superficiale, per l’esperienza d’uso. Siri e le altre funzioni di Apple Intelligence dovrebbero continuare a sembrare prodotti Apple, non Google. Gemini verrebbe adattato alle specifiche del produttore di iPhone, con la possibilità per gli ingegneri Apple di modificarlo ulteriormente.
Secondo le fonti citate da The Information, le prime versioni non mostrerebbero nemmeno il marchio Google, anche se è difficile immaginare che la versione finale possa cancellarne del tutto l’esistenza, visto che oggi Google e ChatGPT vengono esplicitamente citati quando i loro servizi entrano in gioco.
C’è però un vantaggio enorme nel far filtrare informazioni positive invece di annunciarle ufficialmente. Se le fonti anonime si rivelano imprecise, non ci sono conseguenze. Ed è qui che il sospetto inizia a farsi strada.
Sulla carta, siamo invitati a credere che una delle aziende più aggressive e strategicamente spietate al mondo si trovi in una posizione di forza assoluta su uno dei suoi principali rivali, in un settore cruciale come l’AI, e decida comunque di piegarsi a tutte le richieste altrui. È difficile non storcere il naso.
Non è strano che due colossi tecnologici collaborino. Apple e Samsung hanno continuato a fare affari anche mentre si affrontavano nei tribunali di mezzo mondo. È più insolito che l’azienda dominante in un rapporto accetti tutte le condizioni dell’altra parte.
Una spiegazione possibile è la più banale: il denaro. Google potrebbe semplicemente chiedere una cifra enorme per l’accesso a Gemini. Apple ha risorse immense, Google ama i ricavi, e il gioco sembrerebbe fatto. Ma anche qui qualcosa non torna. Apple è notoriamente attenta ai margini, talvolta fino alla parsimonia estrema, e non è il tipo di azienda che firma assegni in bianco senza cercare compromessi.
Se non sono solo i soldi, allora resta il tema dei dati. Ufficialmente, la privacy non è negoziabile. Ma tra le righe di una garanzia pubblica può esserci spazio per la condivisione di dati aggregati e anonimizzati, formalmente compatibili con l’impegno per la tutela della privacy e potenzialmente utili a entrambe le aziende.
C’è poi chi sostiene che per Google il vero vantaggio sia la visibilità. Gemini, per quanto avanzato, ha concorrenti diretti e legittimi. Diventare l’AI predefinita su tutti gli iPhone sarebbe una vetrina enorme, ma non è paragonabile all’accordo che rende Google il motore di ricerca di default su iOS, un’intesa che vale decine di miliardi l’anno. Qui Google non controlla l’interfaccia, non può monetizzare direttamente e, almeno ufficialmente, non può nemmeno raccogliere dati.
Alla fine, la risposta più plausibile è anche la meno soddisfacente: un intreccio complesso di incentivi che probabilmente non sarà mai del tutto chiaro al di fuori delle aziende coinvolte o di un’aula di tribunale antitrust. È possibile che ci sia del denaro in gioco, forse più di quanto sembri, e che ci sia una qualche forma di condivisione dei dati in termini generali. Non è neanche escluso che Apple finisca per cedere qualcosa in termini di branding o di controllo, nonostante le rassicurazioni.



































































































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