I numeri, questa volta, non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Secondo i dati di StatCounter, il tasso di adozione di iOS 26 è inferiore a un quarto rispetto a quello registrato da iOS 18 nello stesso punto del ciclo di rilascio. È un risultato che pesa, soprattutto per un’azienda che ha costruito la propria forza sul rapporto di fiducia con i suoi utenti.
La questione non è solo quanti iPhone abbiano aggiornato, ma cosa questo dato racconta del momento che Apple sta attraversando. Quando un aggiornamento viene evitato in modo così evidente, il problema difficilmente è marginale.
La spiegazione più immediata porta al “Liquid Glass”. Il nuovo linguaggio visivo è stato accolto con un livello di ostilità tale da costringere Apple a fare marcia indietro e consentire agli utenti di disattivare parte degli effetti di trasparenza. Un segnale che il dissenso non era circoscritto a una minoranza rumorosa.
Ma fermarsi al design sarebbe comodo e incompleto. iOS 26 non sembra pagare solo una scelta estetica sbagliata. Il problema è più ampio e tocca il modo in cui Apple gestisce il proprio rapporto con chi la segue da anni.
Più di qualsiasi altro colosso tecnologico, Apple vive di fedeltà. I suoi prodotti costano spesso più di quelli concorrenti, ma vengono acquistati perché promettono un’esperienza migliore e coerente. L’ecosistema chiuso non viene percepito come una prigione, bensì come un rifugio. Anche l’esistenza stessa degli Apple Store, nati quando il retail fisico sembrava destinato a scomparire, risponde a questa logica: non vendere solo prodotti, ma rafforzare l’identità del marchio.
Questo modello si è dimostrato efficace, ma solo fino a un certo punto. Tuttavia, è anche un modello fragile, poiché si basa sull’implicita premessa che la qualità non deve mai venire meno.
Gli utenti più fedeli sono spesso pronti a giustificare un passo falso. Apple Maps nel 2012 fu un caso emblematico: un lancio disastroso, ma percepito come un incidente isolato. Oggi, però, la sensazione è diversa. I problemi software non appaiono più come eccezioni, ma come una costante.
Da un lato c’è un evidente allentamento del controllo qualità. Apple annuncia e rilascia funzioni che non sembrano pronte. Molte delle novità presentate sotto il marchio Apple Intelligence rientrano in questa categoria, così come Siri 1.0, il cui comportamento appare, paradossalmente, in peggioramento.

All’estremo opposto ci sono le funzioni che non arrivano affatto. La nuova Siri è il caso più citato. Come osserva Jason Snell, il 2025 rischia di essere ricordato per ciò che Apple non ha consegnato. Un promemoria brutale di una verità semplice: i prodotti contano quando vengono distribuiti, non quando vengono annunciati.
Esiste poi una categoria ancora diversa, e forse più problematica. Non si tratta di errori o ritardi, ma di decisioni deliberate. L’App Store sempre più invaso dalla pubblicità, seguito dallo stesso approccio applicato a News, Borsa e, a breve, Mappe. Persino iMovie è stato coinvolto.Apple sembra ritenere che la fedeltà degli utenti possa compensare il malcontento.
Resta aperto il dubbio se il design discusso degli ultimi aggiornamenti di iOS sia frutto di arroganza o incompetenza. Probabilmente entrambe le cose. Ma il messaggio che emerge è che la fedeltà non è infinita.
Quando un’azienda costruisce tutto sul fatto di essere amata, la cosa più rischiosa che possa fare è comportarsi come se quell’amore fosse garantito. iOS 26, nei numeri prima ancora che nelle opinioni, lo dimostra con chiarezza.
Cosa ne pensate?















































































































































































































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